Recensioni

Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e vivo con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.

Leggendo l’incipit di Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi, edizione 2020, pp. 189, traduzione di Monica Pareschi), non si può rimanere impassibili e con la curiosità di saperne di più.
In queste prime righe del romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1962, possiamo trovare alcuni degli elementi che lo caratterizzano. La voce narrante, in prima persona, è infatti quella di Mary katherine, Marricat come la chiama sua sorella Constance, verso la quale nutre una vera e propria ammirazione. L’immagine del lupo mannaro è invece un richiamo alla componente più esoterica del romanzo, ma il grande mistero attorno a cui ruotano tutte le vicende, è legato a quell’Amanita phalloides e al resto della famiglia.

Insieme alle sorelle vive lo zio Julian, unico sopravvissuto della tragedia che ha colpito la famiglia e che segna anche un cambiamento nel rapporto che hanno con il resto del mondo.

Gli abitanti del paese ci hanno sempre odiati.

Con le parole di Marricat comprendiamo quanto un’attività comune come, ad esempio, fare la spesa, possa risultare per lei così difficile. Gli sguardi di diffidenza che gli abitanti del paese rivolgono alla ragazza, sono dettati dai timori e dalle inquietudini nate dal mistero legato alla sua famiglia e ai loro comportamenti. Ma se è vero che i loro pensieri, pur conoscendoli solo attraverso le sensazioni di Marricat, sono inequivocabilmente timorosi e negativi. quelli della giovane protagonista non sono da meno.

Mi sarebbe piaciuto entrare lì dentro una mattina e vederli tutti quanti, compresi gli Elbert e i loro figli, sdraiati a terra e in lacrime, a morire di una morte atroce.

Pensieri che, in un certo senso, disorientano il lettore. Chi sta dalla parte dei buoni? Chi sono i cattivi? Ed è su questo senso di disorientamento che si basa la storia all’interno del romanzo.

Noi non chiediamo niente a nessuno, ricordatelo.

Nonostante Constance sia più riflessiva, essendo la sorella maggiore, anche lei dimostra ostilità nei confronti di coloro che vivono fuori dalla loro villa. Constance, Marricat e zio Julian, nel turbine della tragedia, hanno saputo creare e mettere in piedi una sorta di piccolo paradiso, in cui non esistono pregiudizi o rivalità e si vive in serenità, una piccola fortezza da difendere.

Questa situazione di tranquillità inizia però a vacillare. E i presentimenti che nascono in Marricat si fanno presto realtà. L’entrata in scena di un nuovo personaggio segna infatti il punto di svolta nelle vicende narrate e per le sorti della famiglia Blackwood. L’equilibrio barcolla sempre di più soprattutto per la protagonista che riesce a percepirlo anticipando gli altri, rischiando di perdere tutte le sue certezze. Ed è in questa inquietudine che arriviamo nel suo animo e in quello della sua famiglia, ognuno con le sue particolarità, le sue stranezze.

Sapevo già che apparteneva ai malvagi; avevo visto la faccia di sfuggita e non c’era dubbio che appartenesse alla schiera di quegli infami che si aggiravano intorno alla casa nel tentativo di entrare.

La convinzione dei Blackwood e, in particolare, di Marricat è che il male sia fuori dalle mura della loro residenza. E riesce a convincerci di ciò. Salvo poi dimostrarci che il senso di protezione che ha nei confronti della sorella nasconda in realtà una vera e propria ossessione. Ossessione che l’acceca e che non le permette di essere razionale, lasciandosi spesso trasportare dal suo carattere impulsivo.

Abbiamo sempre vissuto nel castello e continueremo a farlo. Sembra affermare Marricat, con i suoi comportamenti, disposta a tutto pur di non lasciar entrare alcuna traccia di male nel rapporto che ha con Constance.


A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce.” è la dedica che le fa Stephen King. Il maestro dell’orrore che venera la Jackson non avrebbe saputo scegliere parole migliori per descrivere il suo stile.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è il secondo romanzo che leggo, dopo L’incubo di Hill House. In entrambi si respirano profondamente le atmosfere gotiche, pur utilizzando toni sommessi, leggeri, si percorre il filo sottile che il male lascia dietro di sé. Male che non conosce confini. Arrivando a utilizzare, soprattutto con il personaggio di Marricat, dei toni ironici, sarcastici.

“Così dolce, così innocente” è il titolo scelto per alcune edizioni italiane. Una breve descrizione quasi “sospesa” che ben descrive le sensazioni durante la lettura. Il mistero che incuriosisce e, allo stesso tempo, terrorizza i concittadini della famiglia Blackwood è anche il mistero che, quasi senza accorgersene, avvolge il lettore.


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